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domenica, novembre 30, 2008 Giugno 1985 Non arrivai alla media del sette. Nella pagelle finale non c’era nemmeno un otto. Erano tutti sette a parte tre sei. Una media compresa tra il 6,5 e il 7. un po’ di delusione ma era quello che meritavo. Anzio fu rimandato in tre materie, due cinque e un quattro. Nel frattempo era uscito allo scoperto con la Beatrice e il risultato finale fu qualche titubanza e un niente di fatto. Forse si sono dati un bacio. Poi basta. In compenso la zia della sventurata, insospettita dalla presenza assidua in cortile di questo nuovo individuo trovava ogni pretesto per non farla più uscire di casa. Ci pensarono le vacanze a dividerli definitivamente. Lei andò con i genitori al mare. Lui avrebbe dovuto studiare. Avrebbe. postato da deniz |
16:42 | commenti (1)
mercoledì, novembre 05, 2008 Maggio 1985 Un giorno tornado da scuola trovai inaspettatamente mio cugino a pranzo a casa mia. Solitamente pranzava da mia nonna mentre i genitori erano al lavoro. L’inusualità della situazione mi fece subito intuire che era successo qualche cosa di grave. Mia madre mi informò subito della morte di mio bisnonno F. L’ultimo dei bisnonni materni. Li avevo visti morire tutti... Aveva 80 anni ma era ancora in gamba... fu una cosa abbastanza improvvisa. Ricordo il suo funerale, il cortile pieno di persone e il cane Ciobi che abbaiava come un ossesso contro tutti, completamente sconcertato da quella folla mai vista che invadeva il suo territorio solitamente deserto. Ma non se lo considerava nessuno... ogni tanto mi avvicinavo per cercare di tranquillizzarlo. Quasi di nascosto.... i miei nonni avrebbero pensato che non era carino mettersi a coccolare un cane in un momento come quello. Il cortile era pieno di “vecchi”. I vicini, i fratelli di mia nonna che ingrigivano sempre di più, amici dei nonni, terzi cugini, parenti lontani... e io pensavo che in fondo la vita era questo: vedere tutte le persone che ti hanno voluto bene morire uno a uno, finché non arriva al tuo turno. Ma veniamo a ricordi più piacevoli... la gita di fine anno. Nessun professore volle prendersi la responsabilità di un pernottamento fuori casa con ragazzi quindicenni. Ripiegammo con due gite di un giorno. La prima a Firenze con i prof di chimica e di inglese e la seconda a Ravenna con la Lomba. Di quest’ultima ricordo la noia massacrante della visita alle chiese con mosaici tutti uguali terminata con il pomeriggio libero in spiaggia con ballo a piedi nudi della danza tribale liberatoria you spin me round round baby right round, like a record baby, round round round round.... ogni volta che sento questa canzone mi ritornano alla mente queste immagini. martedì, settembre 30, 2008 Aprile 1985 In vista della fine della scuola e dell’ultimo rush finale per finire nel miglior modo possibile , il mio compagno di classe Anzio Ceriali** iniziò a frequentare casa mia con assiduità. Aveva già ripetuto un anno, ma continuava ad avere problemi seri in moltissime materie e forse studiare con qualcuno bravo lo avrebbe aiutato a capire e soprattutto a impostare un metodo e una routine giusta. Già il fatto di fare i compiti e studiare tutti i giorni, non era male. Io non ero il massimo della bravura... avevo il sogno segreto di raggiungere la media del sette, che per me era il voto più appetibile che si potesse prendere. Bravo senza essere considerato un secchionazzo. A detta degli altri però avevo il pregio di riuscire a trasmettere le cose che spiegavo. E non avevo tutta quella smania di essere migliore di tutti gli altri che avevano alcune mie compagne di classe, che proprio per questo motivo non aiutavano nessuno, in base al principio "tanto peggio sei tu, tanto migliore sembrerò io". Tutte le persone che avevano studiato con me si erano dimostrate entusiaste dei miei metodi... Con Anzio però finimmo per studiare poco entrambi. Giusto un po’... forse per lui era meglio di niente, ma io finii col fare il minimo indispensabile. Si chiacchierava tanto, non si trovava la forza di spegnere la radio che passava i Simple Minds ogni tre x due.... e poi si usciva. Le giornate erano già calde e il cortile si popolava come ogni estate. Anzio si integrò perfettamente con la compagnia del mio cortile... tant’è che alla fine veniva anche quando non c’ero io... E poi finì per innamorarsi perdutamente della Beatrice** e questo scolasticamente fu un disastro... ma ne parleremo nei mesi a seguire. lunedì, luglio 21, 2008 Marzo 1985
Una tappa fondamentale per arrivare al mondo degli adulti era uscire alla sera. Anche d’inverno. D’estate ovviamente, senza scuola, col caldo, con le feste all’aperto e tutto il resto era più facile per tutti. D'inverno per molti iniziava il periodo della reclusione. I miei genitori invece erano molto permissivi... anche perché non avevano molti motivi per sospettare che mi mettessi nei guai. Uscire alla sera era più che altro un modo per “guadagnare punti” ed essere, una volta tanto, davanti agli altri. Molti miei coetanei non avevano ancora il permesso di farlo. Per comporre un gruppo a cui unirmi ritornai alla vecchia squadra del cortile, ex compagni di nascondino e gare di macchinine sull’asfalto. Eravamo in tre: io, Cristoforo* che abitava al piano di sopra al mio e Matteo* nella villetta di fianco. Agevolati anche dal fatto di partire dallo stesso indirizzo. Cristoforo era l’unico non motorizzato. Aveva una bicicletta DEI costosissima di cui andava molto fiero. Matteo* aveva un’orribile vespa PK molto tamarra. Spesso andavamo tutti in bici, anche perché i miei genitori erano più tranquilli se non prendevo il motorino la sera... a volte però quello in bici si attaccava alla spalla di uno di noi. Bisognava solo trovare il posto in cui andare... Il luogo più accessibile era uno squallido localetto in centro che non so con che coraggio si poteva chiamare discoteca. Il suo nome ufficiale era “Number One”. Per noi che abbrevviaviamo tutto, semplicemente “Il Nàmber”. Con la A trascinata nostranona. Il Naamber. Sostanzialmente era uno scantinato, piccolo, caldissimo, senz’aria che si riempiva subito di fumo. La mancanza di esperienza faceva sì che si scegliessero vestiti inadeguati, felpe e maglioni adatti al clima gelido dell’esterno. Solo col tempo ho imparato a vestirmi a strati e a organizzarmi. Il locale era frequantato de un 90% di maschi e un 10% di ragazze per lo più cesse inguardabili anche se molto di “larghe vedute”. Ovviamente però non ero certo il tipo per loro. Non era difficile portarsele su un divanetto, ma ovviamente avevano più possibilità i mega-tamarri molto più estroversi di me. E la concorrenza era tanta. Era l’unico locale con i “buttadentro”... Se passavano di lì ragazze di qualsiasi genere, c’erano i gestori che offrivano subito biglietti gratis, consumazioni gratuite, lusinghe e promesse. Ma la maggior parte rifiutava comunque. Tra i maschi c’erano alcune facce note facenti parte del famoso gruppo alcolico del bar... più che altro erano quelli che avevano già smesso di studiare a quindici anni e quelli candidati alla bocciatura. Matteo* si era ritirato dalla scuola da poco... Dopo la famosa nevicata che bloccava tutti gli spostamenti, suo padre gli disse “oggi con questa neve, se vuoi puoi non andare a scuola”. Ed egli non ci andò. Mai più. Cristoforo* finirà l’anno con due materie da recuperare a settembre. Ma non darei tutta la colpa al Nàmber. Anche perché di fatto ci si andava di sabato, salvo qualche occasione di feste strane particolari. Io comunque dopo un po’ ci mollai. Diverse volte ci andarono solo gli altri due da soli, perché io mi inventavo scuse di compiti da finire, gomiti che fanno contatto col piede, mancanza di soldi e quant’altro. Una volta tolta la soddisfazione di potermi vantare di essere “grande” e uscire la sera, mi rendevo conto che non avevo niente a che fare con quel posto e con quella gente e che era stupido spendere soldi per un biglietto per vedere persone che detestavo, soffocare dal caldo, sentire puzza di fumo di sudore e di vomito. Oltretutto molte persone che frequentavo guardavano al Namber con sufficienza e disgusto. Un buco. Gente viscida. Da sfigati. Si tiravano fuori i paragoni con discoteche più IN e quotate... magari a Sassuolo, o comunque fuori provincia, raggiungibili solo in macchina. postato da deniz |
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giovedì, luglio 17, 2008 Febbraio 1985
Molti ragazzi di terza avevano manifestato una metamorfosi. L’anno precedente erano dandy e di colpo divennero paninari. Un cambiamento completo di look. I costosi vestiti neri comprati l’anno precedente, indipendentemente dal loro stato di usura non andavano più bene. I dark invece rimasero dark. Almeno i più convinti. Per molti comunque l'esigenza era solo quella di avere un senso di appartenenza... volevano agganciarsi a qualche cosa di trendy e definito che desse la certezza di essere apprezzati. Di li' a poco avrei visto molti miei coetanei aderire a molti movimenti che li inquadravano in un certo modo di vestire, un certo tipo di musica, un certo comportamento. Ci sarebbero stati i metallari, le “madonnare”, gli intramontabili punk... Io non ho mai sentito questo bisogno. Queste categorie poi erano particolarmente avverse negli ambienti che frequentavo io. I miei amici detestavano i paninari, ritenuti sbruffoni, boriosi e spesso politicizzati... ovviamente nella direzione opposta del pensiero prevalente nel mio gruppo. Nei confronti dei dark invece erano piuttosto neutri... con un pizzico di derisione per il loro modo di vestire. Anche in casa i miei genitori, soprattutto mio padre, erano molto critici nei confronti dei ragazzi che aderivano che si identificavano in queste categorie. Mio padre era ostile a ogni forma di “trasgressione” e a ogni deviazione dal concetto di normalità. Diceva che finche non avrebbe accettato sotto il suo stesso tetto un figlio con l’orecchino o il codino, molto in voga a quell’epoca. Chissà se di fronte a un fatto compiuto avrebbe mantenuto quella linea rigida... di certo comunque sarebbe stata guerra aperta e sarebbe stato almeno verbalmente violento e irrispettoso. Idem per creste, capelli colorati e vestiti troppo fuori dal comune. Comunque a me non interessava più di tanto, combattere per queste cose... già ci scornavamo per altre cose per me molto più importanti. L’abbigliamento paninaro era invece tutto sommato più tollerato, perché in fondo ritenuto più normale. Di proibitivo c’erano solo i prezzi... il look invede di fatto faceva tendenza e ha influenzato un po’ tutti anche quelli che si professavano antipaninari. Anch’io ho avuto la giacca a vento simil-moncler, le scarpe simil-timberland (buttate da mia moglie l’anno scorso)... tutta roba che invece di avvicinarti allo stile attuale ti allontanava e ti faceva sembrare “tamarro”. Perché la moda non era il design, ma proprio la “marca”. Una delle mie piccole battaglie perse con i genitori riguardava i calzoni stretti vicino alla caviglia e corti che lasciavano vedere il calzino di spugna bianco con le timberland o quello che era. A me piacevano proprio, al di là della moda panozza. Mi piacciono ancora. Avrei comunque voluto anch’io vestire in quel modo come tutti gli altri. Mia madre e mia nonna non li potevano vedere e cercavano di convincermi in tutti i modo che era “troppo” e che stava male, che il calzone deve coprire la scarpa, che tu stai meglio vestito classico, che sembri un saltimbanco, che sembra che te li ha passati la caritas.... E’ sempre stata una lotta... e siccome l’orlo ai pantaloni lo facevano loro non avevo speranza. Li facevano appena appena un po’ più corti del modello classico. Così sembrava veramente che ci fossi cresciuto dentro e non una cosa fatta apposta. Devo dire che quella moda non mi rendeva giustizia e avrei dovuto sperare finisse nel più breve tempo possibile. Io ho le gambe lunghe e magre, i muscoli dei polpacci allungati, le caviglie sottili... sembravo olivia. Faccio sicuramente più bella figura con la zampa da elefante. Eppure a me piaceva quel look “acqua in casa”. Mi piaceva indossato dagli altri. Avrei voluto essere come loro anch’io e non mi rendevo conto che non me lo potevo permettere.
martedì, luglio 15, 2008 Gennaio 1985
![]() Erano le vacanze di Natale, quell’anno di quel freddo micidiale... Penso che la nevicata di quell’anno se la ricordino tutti. Persino nonni e bisnonni non avevano mai visto un inverno simile. Ci fu una notte in cui la temperatura scese a – 29 gradi. La neve nel mio giardino aveva annullato le recinzioni... era diventato un tutt’uno col giardino dei vicini. Un enorme ammasso bianco informe. Nel cortile erano usciti tutti a spalare.... anche quelli che non lo facevano mai. Grandi e bambini, tutti insieme di fronte all’emergenza, ognuno contribuiva in qualche modo. Il problema era che la neve era così tanta che non si sapeva dove farla stare. In un angolo del parcheggio finimmo per fare una montagna di neve altissima che teneva il posto di tre o quattro macchine. Una volta finito di spalare, la montagna fu trasormata in un castello di ghiaccio... un fortino a grandezza naturale per battaglie a palle di neve. Era una neve meravigliosa, secca, soffice, leggera. Ti ci potevi rotolare in mezzo e non ti bagnavi. Ci divertimmo come bambini... anzi coinvolgendo anche i bambini. E anche gli adulti... qualche pallata se la scambiarono pure i papà. A me di solito non piaceva fare a pallate... però quell’inverno fu una cosa diversa. Nel bel mezzo di quell’inverno terribile, mio nonno portò a casa un nuovo cucciolo che prese il posto della Pina, morta nella primavera precedente. Era tutto nero, a pelo raso, con le orecchie dritte, tipo pinscherino. Decisamente piccolo.... da adulto sarebbe diventato tre kg o poco più. Era molto carino e furbo... ma io decisi di non affezionarmi. Sarebbe stato il cane di mio nonno... e io non dovevo intromettermi in una gestione che non condividevo. giovedì, luglio 10, 2008 Dicembre 1984
A scuola andavo lentamente migliorando. Ero più vicino al sette che al sei e non avevo nessuna insufficienza.. “Deve solo acquistare più sicurezza in sé stesso”, dissero i professori al primo ricevimento genitori. Il prete, che si era abilmente messo nella stessa stanza della prof di matematica, in modo da vedere in faccia i genitori presenti al ricevimento ed evitare di essere glissato, disse a mia madre che avrei dovuto legare di più con gli altri e frequentare l’oratorio. Pur essendo completamente rintronato e quasi alcolizzato, non aveva visto malissimo... non ero completamente soddisfatto della mia vita. Stavo cercando il mio posto nel mondo... che comunque non era nemmeno l’oratorio. lunedì, giugno 30, 2008 Novembre 1984
Il bar di Mario** si era trasferito alla Pappagnocca. E con lui anche il nostro punto di ritrovo pomeridiano. Aveva scelto un’ubicazione strategica che gli garantiva molti più clienti. Infatti era vicino alla banca e a diversi negozi, tra cui il supermercato di riferimento del quartiere. Il caso volle che il bar diventasse anche il bar in cui le mamme si fermavano al mattino a far colazione mentre tornavano dal Sigma per la spesa. Al mattino c’era l’Antonia**, la socia pettegolona di Mario** che informava tutte le mamme sul comportamento dei figli al pomeriggio. A mia madre sembrava di andare al ricevimento genitori a scuola: “E’ troppo timido... bisogna che impari un po’ a farsi valere, altrimenti gli altri se ne approfittano...”. L’Antonia** era una mia “fan”. Tutti gli adulti erano miei fan, perché in me vedevano il bravo ragazzo contrapposto alla massa di scapestrati. Iniziai a frequentare il bar sempre più spesso e a integrarmi con gli scapestrati. In realtà il bar riuniva diverse compagnie e sottocompagnie. C’era il gruppo alcolico di fattonazzi o aspiranti tali e il gruppo “ginnico” di calciatori sciatori maratoneti supersportivi che metteva al centro dei propri interessi il distinguersi in un’attività sportiva. Quasi astemi e rigorosamente non fumatori. Fumare magari rischiava di aggiungerti due secondi al giro del campo di marte. Io mi integrai paradossalmente con gli sportivi. Paradossalmente perché avrei avuto sicuramente più possibiltà di distinguermi come drogato che come atleta. Ma forse no. Boh... Trovavo ugualmente sgradevole e idiota sia respirare fumo o bere bevande disgustose che fare fatica per niente. Arrivò la discoteca anche per me. Anche il gruppo ginnico andava in discoteca. Magari senza ubriacarsi e senza fumare, ma come centro di aggregazione aveva un suo perché. Così presi ad andare anch’io. La discoteca di riferimento era il Domino ad Albinea. Ricordo ancora il mio primo ingresso... Mi accompagnarono i miei genitori con la 127 fino a pochi metri dal locale, visto che era più o meno in strada per andare alla Vecchia, dove erano soliti andare quasi tutte le domeniche. Mio padre si fermò qualche centinaio di metri prima, pensando che avrei provato un po’ di vergogna a far vedere che mi portavano mamma e papà. In realtà invece mi interessava ben poco... ero superiore a certe cose. Gli altri li avrei trovati dentro. L’impatto con la sala da ballo mi suscitò sentimenti contrastanti. Era il momento dei lenti (di lì a poco avrebbero smesso completamente di farli) e le casse passavano Carless Whisper di George Michael con un volume che pensavo inarrivabile che rimbombava nello stomaco. Quando arrivai c'era proprio l'inizio della canzone, l’intro con il sax. Che bella quella musica. Ancora oggi quando risento Careless Whisper penso a quel momento e rivivo quella sensazione strana... quel groppo allo stomaco... una specie di consapevolezza che qualcosa sta cambiando, che stai diventando grande, che il tempo passa e non torna più indietro. Le luci psicadeliche, il buio, la ressa, l’odore di fumo, i vestiti sfoggiati, i divanetti, quelli che ci provavano e quelle che erano li per farsi agganciare... Boh. Un certo fascino ce l’aveva. Però c’era anche il fumo, la ressa, il caldo, la stupidità umana. Da un lato ero affascinato e un po' orgoglioso di essere diventato “grande”. Ma la parte razionale di me equiparava la discoteca al fumo, al ciclismo, alla moda... a tutta quella serie di cose che appartenevano al mondo degli adulti a cui mi affacciavo che mi apparivano assurde e insensate. Così come non capivo il piacere che si potesse provare ad aspirare del fumo soffocante e buttarlo fuori per puzzare come un posacenere usato, così come non capivo il senso di morire di fatica per fare 100 km senza alcuna meta nel minor tempo possibile solo per battere sé stessi, allo stesso modo non riuscivo a capire perché si dovesse pagare per ritrovarsi ammassati in un unico luogo stretto e insano per ascoltare musica che si sarebbe potuto ascoltare altrove e incontrare persone che si sarebbero comunque potute trovare altrove. Ma forse era proprio il fatto di dover pagare per entrare a renderlo “esclusivo”. Trovarsi altrove sarebbe stato troppo ovvio. Pagare per tovare della “bella gente”. I brutti (ovvero i poveri) infatti non possono pagare. In linea con la mentalità anni 80. Ma il peggio doveva ancora venire. Il ritorno a casa alla sera in autobus mi ricordava il rientro dalle scuole medie. Gli individui infatti erano gli stessi, solo più vecchi di qualche anno, ma non per questo maturati un gran che. Accalcati come sardine, con gente che urlava e spintonava, ragazzine con le big boubles, qualche coppia che si baciava incurante della folla, apprezzamenti pesanti, parolacce, liti. Non era il posto per me. Malgrado ciò continuai a sprecare il mio denaro andando in discoteca alla domenica pomeriggio, incoraggiato dai genitori che volevano che fossi come gli altri. Ma gli altri sono quelli che fumano, che vanno male a scuola, che fanno casino, generazione di sconvolti che non ha più santi né eroi... Fa lo stesso, quando si è in compagnia, si sa che bisogna un po’ adeguarsi. Ma non potevo mica stare sempre da solo. E soprattutto che mi togliessi dalla testa di prendere un altro cane o altri animali. Pazienza un figlio che fuma o che si fa qualche canna o che perde un anno a scuola... ma uno che vuole mettersi ad allevare cani è davvero inconcepibile. Ma questa è un'altra storia. sabato, giugno 21, 2008 Ottobre 1984
Un giorno nel pieno di una noiosissima lezione di chimica il professor Filippo Belli**, vede gran parte della classe dorme. Solo la Vezzosi**, una secchiona del primo banco, sembra guardarlo affettando interesse. “Vezzosi, vai a prendere un’amaca”. La Vezzosi obbediente si alza ed esce dalla porta. “Ma dove va?? - si interroga stupito il prof... Dopo trenta secondi la Vezzosi rientra: . “Prof.... cos’è che devo prendere??” Risa incontenibili della classe di nuovo sveglia. Sono aneddoti che restano incancellabili nella memoria di tutti. Ce ne saranno altri cento... Un altro episodio memorabile fu quando durante l’ora della Longa il mio compagno Mario Perzi** dal banco dietro al mio mi tirò una matita con l’elastico, tipo fionda. Io accortomene all’ultimo momento parai il colpo con la mano e la punta della matita mi si conficcò in un dito centrando un capillare. Io iniziai ad agitare la mano per il dolore, mentre il sangue zampillava fuori a fiotti, macchiando tutto e tutti e provocando il quasi svenimento di diverse compagne. Poi mi avvolsi la mano nel fazzoletto e mi diressi verso il bagno (prof posso uscire), mentre la Longa, sull’orlo dello svenimento, con gli occhi fuori dalla testa “....ragazzi, qualcuno lo segua!!” Alla vine avevo un buchetto minuscolo, anche se poi mi è venuto il livido per la botta.
A scuola andavo bene, ma le interrogazioni mi terrorizzavano. Un po’ perché studiavo poco, ma siccome avevo il look del bravo ragazzo, i prof erano propensi al fatto che dovessi solo acquistare più sicurezza in me stesso. Anche perché bene o male alla fine le cose le dicevo... un po' ricordando le spiegazioni, un po' ricostruendo, improvvisando e usando il cervello. Le mie interrogazioni erano molto comiche: ero agitatissimo con balbettii e molti tic nervosi, come quello di sfregarmi le mani su e giù sulle cosce... poi la ricerca dei suggerimenti, i bigliettini nascosti, le cose scritte sulle mani. I miei compagni ridevano sotto al banco, ma in generale erano molto solidali a passarmi le cose, suggerire ed aiutarmi.... anche perché io a mia volta passavo tantissimo. E io avevo anche molto da dare, non solo da prendere. mercoledì, giugno 18, 2008 Settembre 1984
Nel frattempo morì mia zia, la sorella di mio nonno. Aveva 54 anni e un tumore ai linfonodi... fece una morte atroce e tralasciamo i particolari .... morì in giugno e malgrado la gravità della cosa che sconvolse tutti, me ne sono ricordato adesso, pensando al mio rientro a scuola, alle mie compagne... in particolare a una la cui madre stava pian piano facendo la stessa fine di mia zia. Non era una zia a cui fossi particolarmente legato... ho pochi ricordi significativi. Mi limitavo a salutarla quando la incontravo. Conservo ancora un libro bellissimo di animali che mi regalò venendomi a trovare all’ospedale dopo una mia operazione. La sua scomparsa mi pesò soprattutto per lo sconforto gettato sulla famiglia, su mia madere e mio nonno e in particolare su mio bisnonno, che in due anni aveva perso moglie e figlia. Cinquantaquattro anni all’epoca mi sembravano comunque un’età da “nonna”. Adesso mi sembrano pochissimi. A scuola tutto riprendeva come prima. Eravamo in 23. I bocciati e ritirati degli anni precedenti si compensavano in parte con quelli che ripetevano la seconda. Tra loro Anzio Ceriali**... che divenne un amico oltre che un semplice compagno. Cambiammo qualche professore. Il prof di itliano passò al triennio e il suo posto fu preso dalla “Longa*”, una befanazza medievale di una freddezza indescrivibile. Tra le mille cose sgradevoli ricordo in particolare la sua abitudine di non comunicare i voti che assegnava. Stava sul vago. Frasi tipo “non c'è male”. “Insomma”.. Poi il sorpresone in pagella. In geografia economica arrivò la mitica Biasanotti**, una delle poche che ci ha insegnato veramente qualche cosa. E un altro elemento memorabile il prof di chimica, Belli**. Un pavone molto pieno di sé che guardava tutti e tutte con un senso di superiorità. Io intanto iniziai a scrivere una “telenovela” che lo vedeva protagonista. La Belli’s Novela. La scrissi sul diario della Delia** e ancora oggi alle cene di excompagni di classe, di tanto in tanto il cimelio gelosamente conservato si rimaterializza per farci ridere fino alle lacrime una volta di più, casomai ci fossimo dimenticati di qualche particolare. postato da deniz |
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