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martedì, dicembre 27, 2005 Maggio 1978
Nonna, che cosa sono queste cose che mi sono saltate fuori sulla pancia? Ma non è niente, avrai mangiato qualcosa che ti ha fatto male. A me però non sembrava una cosa tanto normale. Quando rientrò mia madre che finiva il turno alle 7 di sera, le corsi incontro sulle scale. Mamma, mamma, guarda che cosa mi è saltato fuori, dissi sollevando la maglietta. Erano due o tre bolle. Non era una cosa così evidente. "Merda" - disse la mamma. "E' varicella". Lei lo sapeva benissimo, ne era strasicura. Me l'aveva portata lei che lavorava all'asilo nido. Vabbeh, direte... che cosa c'è poi di tanto terribile nel prendersi la varicella? Teoricamente niente... un po' dispiaceva perché di lì a un mese ci sarebbero stati gli "scrutini" (che era la parola nuova per dire "esami", ma il significato da quanto avevo capito, era lo stesso). Ma soprattutto c'era mia zia che era incinta ed era sempre in giro per casa... dato che nel giro di pochi mesi, quella casa sarebbe diventata casa sua a tutti gli effetti. E non è proprio il massimo per una donna ai primi mesi di gravidanza essere a stretto contatto con un bimbo varicelloso. Quindi.... Riunione di famiglia, e decisione finale: ci saremmo trasferiti a Buco del Signore, immediatamente. Nonostante la casa non fosse ancora finita, nonostante non avessi ancora finito le scuole. Dovevamo togliere il disturbo, noi infetti. La sera stessa iniziarono a fare la spola e a portare là tutto il portabile e nel weekend successivo tutti i miei zii furono arruolati per caricare i mobili che giacevano in garage e montarli nella casa nuova. Trick trak più veloce della luce, mi ritrovai definitivamente trasferito. Eravamo la seconda famiglia che si trasferiva in quel complesso di venti famiglie distribuite tra villette a schiera e Masonettes. I primi erano stati i miei più prossimi vicini: una famiglia costituita da due genitori, un figlio più giovane di me di un anno (in realtà qualche mese), un'altro bimbo di quattro anni circa e una neonata. Che bello un coetaneo vicino di casa. Speravo fosse simpatico... per il momento dovevo stare a letto in casa. Il cortile era ancora un cantiere aperto. C'era la ghiaia e tanti tombini aperti. E calcinacci ovunque. Entrare in garage c'era un gradino di trenta centimetri circa... avevamo messo un trave per fare da scalino... ed entrava solo la cinquecento perché era ancora pieno di cose da sistemare. Il giardino dietro era senza rete. Nella scala comune c'erano lampadine attaccate a fili volanti. Non avevano ancora montato la scala a chiocciola per passare al secondo piano, per cui dovevamo usare la scala comune (ma eravamo ancora soli) per passare da un piano all'altro del nostro appartamento disposto su due piani. Le stanze furono arredate tutte eccetto la mia camera che sarbbe stata nuova, ma doveva ancora arrivare. Per il momento dormii in sala sul divano letto. La varicella la presi in forma molto leggera. Assolutamente senza febbre e con poche croste... la maggior parte sulla pancia. Poche in faccia. Tutti i parenti facevano del terrorismo psicologico raccontando storie di croste grattate che avevano lasciato un segno indelebile. Assolutamente vietato grattarsi. Il trasferimento nella casa del Buco fu un evento importantissimo nella mia vita. Una tappa. La fine di un epoca e l'inizio di un altra. La fine di uno stile di vita e l'inizio di un altro. Fu evidente da subito. Per la prima volta, innanzitutto dovetti rimanere a casa da solo. Resta qui, la mamma torna presto. Non aprire a nessuno. Di fatto, siccome ero malato, venne mia nonna diverse volte per vedere se andava tutto bene. Aveva le sue chiavi e una scappata la faceva. Ma non stava con me tutto il tempo. Veniva a metà pomeriggio finché non rientrava mia mamma. L'unica tv era in cucina, inaccessibile per via della scala a chiocciola ancora inesistente. Purtroppo erano giorni un po' noiosi. Mia madre mi lesse il libro Oliver Twist. Bello... triste ma bello. Poi mi regalarono il libro di Happy Days. "Fonzie all'università". Non era bello come il telefilm e non lo lessi tutto. Lo lessi anni dopo... anche se non era comunque un gran ché. Poi mi regalarono anche "la regina dei caraibi". Un librone mastodontico.... bello, ma non finiva più. E per fortuna che a me piaceva leggere... però a lungo andare, se non si può fare altro. Giocavo con gli animaletti... e con poco altro. La dama cinese (acquisto recentissimo) e gli shangaii (idem). Anche perché non avevo ancora tutti i miei giochi... avevo come il sentore che molti non li portassero. E poi potevo fare solo giochi che si potessero fare sul letto. Per fortuna non avevo la febbre. Per la questione scrutini, gli ultimi giorni del mese, mia madre mi portò in macchina fino a Montecavolo dove mi misero in un banco da solo, lontano dagli altri per fare temi, problemi e questionari. Dick rimase nella vecchia casa con mia nonna e i miei zii, perché al Buco non avevano ancora recintato. Almeno quella era la scusa ufficiale del momento... o forse no... insomma, non era una scusa, perché effettivamente non avevano recintato. Ma se mi trovassi oggi nei loro panni, il cane l'avrei portato da subito.
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mercoledì, dicembre 21, 2005 Aprile ’78 due, la vendetta
Un giorno mentre eravamo a tavola (tutti tranne la mamma che non rientrava a mangiare a mezzogiorno). mio zio L., il fratello più giovane di mio papà, ci annunciò che si sarebbe sposato. Così assistetti anche all’inevitabile discorso di mio papà che in quanto fratello maggiore doveva fare le veci del padre che non c’era più. Parole retoriche, di circostanza… “pensaci bene… la responsabilità… l’amore.. ecc. ecc.” In realtà c’era poco da pensare e poco da fare. La sua morosa ere incinta, lui aveva 21 anni, un lavoro da commesso e la cosa più sensata da fare era restare in casa con mia nonna. La nonna si sarebbe trasferita definitivamente nella cameretta… noi ovviamente saremmo andati via. La mia storia d’amore con S. si estinse quasi impercettibilmente… il fatto è che del nostro fidanzamento sapevamo solo noi due. Forse lei l’aveva confidato a qualche sua amica del cuore. Ma agli amici in generale non si poteva dire perché ci avrebbero preso in giro e sarebbero partite le cantilene “Denis ama la S" che tutti ben conosciamo. In casa me la criticavano e non potevo dire niente... quindi di fatto continuammo a essere amici ed esaurita la prima fase in cui ci scambiavamo i regalini speciali e dei bigliettini, tornò tutto come prima. Con gli amici andava decisamente meglio. La consapevolezza del fatto che di lì a poco non li avrei più visti mi aveva dato una nuova sicurezza. Non me ne fregava niente dei loro giudizi e delle loro opinioni. Io ero altrove. Devo dire che li sopportavo meglio… ma anche loro erano meglio disposti verso me. Forse perché non c'è gusto a canzonare uno che se ne frega o a picchiare uno che non piange? Non so. Di fatto non mi prendevano più in giro anche se ero diverso da loro, non avevo i loro interessi e vivevo in un mondo tutto mio. Un giorno addirittura venne a trovarmi un mio compagno di classe per giocare a casa mia. Di sua spontanea volontà, senza invito. Anche se non avevo il pallone, le figurine, i trattori giocattoli o le armi per fare la guerra spaziale. Aveva voglia di giocare con me. Incredibile. Facemmo dei giochi alternativi… pozioni magiche con acqua e vegetali di vario tipo schiacciati con gli spoloni, macchine del tempo con la bicicletta capovolta pedalando e facendo girare la ruota… messaggi nelle bottiglie che lanciate nella grondaia avrebbero percorso un canale segreto arrivando a chilometri di distanza… poi mi ero costruito una “casa” (la base) nel basso servizio vicino al pollaio, dove c’era la vecchia stufa. C’erano le seggiole, la “banca" che faceva da tavolo. Ogni oggetto nella nostra fantasia era qualcosa di diverso. Purtroppo correndo intorno alla casa il mio amico A. capitò nell’area dove era legato Pucci, il cane di mia zia e questi lo azzannò mordendogli un polpaccio. Lo portarono al pronto soccorso, dove gli fecero l’antitetanica. Alla sera i cugini di mio padre, proprietari del cane, andarono a trovare i genitori di A. (che per altro conoscevano… conoscevano tutti!) per chiedere scusa e assicurarsi che tutto si fosse risolto. I genitori dissero che erano cose che possono capitare, che era andata bene così… e basta. Era gente ragionevole. Capitasse oggi, ti mangiano la casa. Però mia nonna mi disse che gli zii e relativa figliolanza si erano lamentati con lei di questa scocciatura e per questo non dovevo più chiamare nessuno a casa perché in fin dei conti era casa loro. Non potevo più chiamare amici quindi. Nemmeno quello. Comunque reagii con un ennesimo “chissenefrega” tanto vado via. Pucci non ebbe nessuna conseguenza per fortuna. Era un buon cane e i suoi padroni gli volevano bene. Era un piccolo cane da guardia, abituato a stare sempre alla catena nel suo cortile e ad avere contatti con un numero limitato di persone. Tutti gli altri erano nemici. Se veniva qualche sconosciuto i suoi latrati erano molto più forti. E vicini che venivano in cortile tutti i giorni erano annuncianti ma con un abbaio più rilassato… i miei zii apprezzavano questa sua capacità di discernimento. Purtroppo doveva stare legato perché altrimenti sarebbe andato troppo lontano. Per fortuna aveva una catena lunghissima e contatti frequentissimi con la famiglia numerosa che trascorreva più tempo in cortile che in casa. Lo avevano liberato una volta e lo avevano dovuto recuperare quasi sulla strada grande e portarlo a casa in braccio. E poi le prese pure da Dick… che interpretava la libertà di Pucci come un atto di insubordinazione nei suoi confronti. Povero Pucci… comunque per lui almeno tornò tutto come prima. Anzi, meglio di prima. Niente più bambini scocciatori che giravano per il cortile.
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lunedì, dicembre 19, 2005 Aprile 1978
La capacità di attesa e sopportazione del cugino di papà B.G. detto M. arrivò al limite e si esaurì. Dovevamo assolutamente liberare l’appartamento. La casa nuova però non era ancora pronta. Ogni giorno c’erano problemi nuovi. Caloriferi in posizione sbagliata, impianti elettrici da rifare, certificati di abitabilità che ritardavano, idraulici che non venivano… Impacchettammo tutta la roba, smontammo i mobili, accatastammo tutto in garage e ci trasferimmo in casa di mia nonna, tanto sarebbe stato per pochi mesi. L’organizzazione fu la stessa messa in atto in occasione del parto delle mie zie: lo zio giovane andava a dormire assieme al prozio vecchio, la nonna passava in cameretta e lasciava la matrimoniale agli ospiti. Io andai a dormire nella cameretta con la nonna. Anche se la stanza era piccola ci stava un letto matrimoniale, ma tutto contro il muro. A scuola andava tutto bene. Ero diventato anche molto bravo. Ebbi anche una storia d’amore! Con una mia compagna di classe che di chiamava S. Mi diede pure un bacio. Sulla guancia ovviamente. Però di nascosto… ci fu un appuntamento segreti dietro la scuola all’orario dell’uscita, mentre tutti andavano dall’altra parte verso il cancello. Un bacio premeditato annunciatomi nell'intervallo "psst psst... quando finisce la lezione andiamo dietro alla scuola e ti do' un bacio". Ricordo l'attesa e la paura che fosse uno scherzo... che ci fosse dietro qualcosa di strano. Invece era tutto vero: ricevetti proprio un bacio. S. era una bambina molto gentile e simpatica. Avevamo un sacco di interessi in comune… ci piacevano gli stessi giochi, gli stessi cartoni, gli animali, le storie divertenti... Un giorno, con una sua amica venne a giocare a casa mia. Ricordo che rimase estasiata da Dick che in quel periodo era particolarmente bello, oon un pelo foltissimo come mai aveva avuto, carbonature che facevano l’effetto “fuoco” e un collare bianco che sembrava una criniera. Anche l’altra sua amica (R.) fu stregata dalla bellezza e intelligenza del mio cane. Ricordo che il giorno dopo scrissero della loro visita a casa mia in un tema in classe. Raccontarono che avevano giocato con il gioco di Silvan. In realtà era il gioco del “piccolo prestigiatore” che avevo ricevuto per Natale o per il compleanno o per la Befana, non ricordo più esattamente. Silvan comunque non c’entrava niente. Era un gioco anonimo. Lo ricordo benissimo. C’era un contenitore con un doppio fondo dove da una parte si metteva una carta intera e dall’altra era divisa in quattro. C’erano le carte da ramino che passavano dal 7 al Jack (senza 8,9 e 10). Un gioco di prestigio consisteva nel mostrare le carte apparentemente disordinate e metterle in fila dall’1 al re, semplicemente mettendo una carta in tavola e una sotto al mazzo. In realtà bisognava metterle in ordine prima “re, tre .. asso fante donna cinque” ricordo solo la parte finale. Nel kit del prestigiatore, inoltre, c’erano le carte con gli effetti ottici. Poi c'era un uovo di legno perforato che scorreva su uno spago solo se lo spago non era completamente teso, ma si fermava tirando. C’erano delle altre carte da gioco truccate divise a metà che potevano sembrare diverse a seconda di dove mettevi il dito tenendole in mano e tanti altri trucchetti che conoscevo solo io. Poi scrissero che avevo un cane fantastico, che cantava, dava la zampa e giocava a pallavolo come una foca facendo lanciando il pallone senza forarlo. Il maestro lesse il tema in classe (lo faceva sempre con i temi migliori) e io ero ovviamente orgogliosissimo anche se il tema non era mio. Anzi… mi riempiva d’orgoglio il fatto che gli apprezzamenti fossero fatti da altri. S. era simpatica e buona,ma non era bella. Aveva i capelli tagliati corti un po’ da maschietto ed era grassa. Un giorno mio padre mi vide uscire dalla scuola con lei e mi chiese “chi era quel pinguino che avevi vicino all’uscita della scuola?” Con molta spontaneità, gli dissi che era la mia “morosa”. “Äm parî Stalio e Olio” - criticò mio padre. Effettivamente, se intellettualmente eravamo molto affiatati, fisicamente eravamo l’opposto. Io longilineo, ogni giorno più alto e magro e lei cicciottella la bambina fatta a forma di bigné. Comunque, da quella volta non dissi mai più niente ai miei genitori riguardo alle mie “cotte” e dei miei flirt.
mercoledì, dicembre 14, 2005 Marzo 1978
La casa del Buco era ancora un cantiere. Andai a vederla, ma faticavo a capire dove finiva il nostro appartamento e dove iniziavano le villette di fianco perché si passava di qua e di là attraverso i buchi nei muri ancora fatti di soli mattoni. I pavimenti erano grigi di calcinacci. Il cugino di mio padre padrone della casa vecchia però ci teneva il fiato sul collo perché anche lui aveva fretta di occupare il nostro appartamento. Per andargli incontro, trasferendo il salotto in sala, gli liberammo una stanza dove mettere tutte le cose nuove che avrebbero arredato casa. Ormai vivevo in quella casa e in quel paese in modo molto scazzato. Della serie: fate quel che volete, tanto presto andrò via. A scuola tutti guardavano Heidi. Io no. L’ho visto e rivisto in tante edizioni successive, ma la prima me la sono persa. In realtà fu quasi una scelta: già mi prendevano in giro perché non giocavo a pallone, perché preferivo i trasferelli alle figurine panini e non conoscevo i calciatori e non sapevo in che squadra giocavano. Perché le prendevo da tutti ed ero mammone... forse non era il caso di compromettere la propria reputazione guardando un cartone animato che parlava di una bambina. Finché si trattava di Goldrake o di Furia nessuno avrebbe detto niente, ma ammettere di guardare Heidi... Invece poi lo guardavano tutti. Anche quello spaccone di E. Anzi... ammetteva apertamente la sua passione per quel cartone. Io invece avevo perso le prime puntate per cui... lasciai perdere.
Poi Heidi passo in secondo piano. Un giorno al telegiornale dissero che avevano rapito Aldo Moro uccidendo tutti gli uomini della scorta. Ne parlarono anche a scuola. Ci fecero dire le preghiere per lui… l’argomento monopolizzò tutte le discussioni in qualsiasi ambiente. Anche a casa di mia nonna e dei miei zii non si parlava d’altro. E Aldo Moro, democristiano e quindi personificazione del male, divenne tutt’un tratto “l’unico che si salvava” in quel partito. I miei erano convinti che l’avessero fatto rapire quelli del suo partito per toglierlo di mezzo perché voleva il “compromesso storico” e nello stesso tempo dare la colpa ai comunisti. A scuola dicevano il contrario di quello che sentivo a casa… io ero abbastanza confuso. Istintivamente credevo più a ciò che sentivo a casa che non a quello che dicevano preti e insegnanti… però sentivo di allontanarmi da tutti. Ero critico nei confronti dei preti e degli insegnanti bigotti, ma anche critico nei confronti dei miei famigliari. Che avevano idee buone. Ma quanto pessimismo, quanto rancore... Non mi piaceva il mondo dei grandi… non mi piaceva la politica. Nessun partito, per ragioni diverse, non mi piaceva nessuno. postato da deniz |
21:53 | commenti (6)
domenica, dicembre 11, 2005 Febbraio 1978
Fu l’ultimo anno che mi vestii da Robin Hood. Ma il vestito c’è l’ho ancora lì che aspetta qualcuno della taglia giusta per indossarlo. Se continuiamo di questo passo, mi sa che già l’anno prossimo… Ma non parliamo di Carnevale. Parliamo di San Remo. Ogni tanto si può fare. Già… perché quello è il primo San Remo di cui mi ricordi. Il primo che ho seguito un po’. Ho ancora vivo il ricordo di quando Rino Gaetano fu chiamato sul podio perché era arrivato terzo. Cantava “Gianna”… mitico! Veramente mitico. Non si aspettava di essere sul podio e arrivò all’ultimo momento in canottiera, mezzo svestito. Un amico un po’ maligno dice che, da quella volta, a quelli che vincono lo dicono con molto anticipo. In quei tempi, io iniziai a interessarmi anche alle canzoni “da grandi”. Le nuove intendo. Anche da piccolo ascoltavo musica per grandi, ma di fatto erano i dischi che già avevano i miei genitori. I dischi nuovi che mi interessavano invece contenevano canzoni da bambino, che in quegli anni erano tante e di qualità. La Carrà ovviamente era un caso a parte, perché faceva canzoni per bambini pensando di fare canzoni per adulti. Dei Sanremi precedenti non ricordo niente… le canzoni presentate facevano tutte schifo. Il ’78 invece portò canzoni meravigliose che divennero degli evergreen. Oltre a “Gianna”, sono di quel periodo “un emozione da poco” di Anna Oxa, “Pensiero Stupendo” della Patty, “Figli delle Stelle” di Alan Sorrenti. Canzoni che passano ancora adesso per radio regolarmente. Tutte in una volta. Un periodo felice, quindi… tra le altre cose, tra l’altro trovammo finalmente una soluzione per la casa. Mia nonna materna aveva infatti il problema di dover investire un po’ di soldi per evitare di farseli mangiare dall’inflazione galoppante. Decise quindi di cogliere la palla al balzo, comprare un appartamento e affittarlo a noi. Con una tariffa un po’ agevolata… è quasi ovvio. Comunque era lo stesso importo che lei stessa pagava a mio bisnonno, proprietario della casa di Due Maestà. Non aveva moltissimo denaro però. Non poteva prendere un appartamento molto grande… ma fortunatamente ne trovò uno appena appena sufficiente per le nostre esigenze. Presero le misure… tutti i mobili ci stavano al centimetro. Solo il tinello andò a finire in cantina. La arredammo un po’ come una tavernetta/dispensa. Sala e salotto furono riuniti insieme in una stessa stanza riempita come un uovo. Il cucinotto divenne giocoforza una cucina abitabile. C’era un bagno minuscolo, ma con tutto quello che serve. A me avrebbero preso una camera nuova (tanto avevo solo un letto e una cassettiera) di quelle che stanno tutte su una parete perché la mia stanza era larga 1,70cm. Però c’era tutto. Persino l’ingresso un metro per un metro con tre porte e un attaccapanni. Voilà: una casa per tre persone. E con il giardino!!! Il giardino dei puffi… era 5 x 5 metri. Però ci stava anche Dick. Era la mia più grande preoccupazione… quando parlavano di andare in appartamento già pensavo di costruire recinti in garage e robe simili. All’opzione balcone non avevo nemmeno pensato. Un collie in casa era culturalmente improponibile purtroppo… comunque chissenefrega. Quelle erano preoccupazioni che avevo prima. Ora avevamo trovato comunque una casa con la cucina che si apriva direttamente sul giardino che era forse anche meglio del cortile con un appartamento al terzo piano. Ah… dimenticavo! La casa era nel quartiere più bello che si potesse (possa) pensare. Buco del Signore. Vicino alla nonna, ma anche vicino al centro. Un quartiere residenziale, con strade a basso traffico che si potevano girare in bici… insomma il meglio che si potesse chiedere. Non vedevo l’ora di andarci ad abitare.
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23:15 | commenti (3)
lunedì, dicembre 05, 2005 Gennaio 1978
Le incomprensioni tra suocera e nuora (e altri familiari) al pianterreno divennero insostenibili. Così fu che il cugino di mio padre B.G. detto M, decise di andare a vivere con la propria moglie in un appartamento da solo. Nel nostro appartamento per la precisione. Cioè... nel suo. Sì... insomma, fummo sfrattati. Bisognava trovare un’altra casa e possibilmente anche velocemente visto che non era il caso di fare i formali con un “parente”. Io nella mia beata incoscienza di "ottenne" ero tutto sommato felice e non mi pareva vera la possibile prospettiva di andarmene da Montecavolo… magari non riuscivano a trovare un’altra casa lì. Il mio sogno era tornare a Reggio, il più possibile vicino a Due Maestà. Anche a Buco del Signore poteva andare bene… vicino a casa di mia cugina sarebbe stato fantastico. Una sera mio zio M. (marito della sorella di mia madre) arrivò con una proposta. Aveva trovato un terreno edificabile dove avrebbero costruito delle villette a schiera. Potevamo prendere un gruppo di villette a Canali. Avremmo dovuto prenderne tre, una per mia nonna N. una per lui e una per noi. Ci sarebbe stato il giardino il posto per i cani (la mia più grande preoccupazione)… Dick e la Pina insieme. Canali era il paese natale di mia nonna e vi abitavano ancora molti suoi fratelli… bel posto. Io ero entusiasta! Sarebbe stato bellissimo! Potevo essere contemporaneamente a casa di mia nonna e a casa mia. Avrei avuto la Pina, gli uccellini del nonno… e tutte le cose che mi piacevano sempre a disposizione. Mio padre però spense l’euforia sul nascere. Non potevamo permetterci di comprare una casa. Non si voleva indebitare. Mio padre ha sempre avuto paura dei debiti e malgrado le promesse di aiuto di mia nonna e le previsioni rosee dello zio che vedeva tutto facile, non ne volle sapere. Aveva ragione mio zio però. In quegli anni sarebbe stato davvero conveniente indebitarsi e fare un mutuo. Tanta gente si è fatta la casa pagando rate che con l’inflazione diventavano ogni giorno meno care. Al di là della paura dei debiti, comunque mio padre non era entusiasta quanto me di abitare vicino a mia nonna e ai miei zii. E visti i numerosi esempi di famiglie litiganti che ci lasciavamo alle spalle ... da quel punto di vista aveva ragione mio papà. Io comunque speravo di andarmene da Montecavolo principalmente per gli *amici*, i compagni di scuola… e anche un po’ per la gente in paese pettegola e criticona. Con la nonna e gli zii invece mi trovavo bene. Anche se stavo con loro tutto il giorno, alla sera scendevo sempre da loro a guardare la tv. C’erano dei programmi interessanti in quel periodo. Mi ricordo una specie di “telenovela” quando ancora non si chiamavano telenovele. Un serial tv. O un cereal tv che si pronuncia uguale ma è molto più buono, compagni roditori. Il cereal si chiamava “Su e giù per le scale”. Erano storie di una famiglia dove c’erano dei camerieri… la vita di una famiglia ricca vista con gli occhi della servitù.. almeno mi sembra. Non mi ricordo bene la trama. Mi ricordo solo che era un appuntamento fisso (non ricorso se il lunedì o il martedì) e che mi piaceva. Mi piaceva al punto che lo segnavo sul diario di Paperino per non dimenicarlo. Il diario giallo di paperino... Sì.. in terza avevo quel diario lì'. Al giovedì e al venerdì invece c’erano due programmi CULT che inchiodavano al televisore milioni di italiani. Uno era “Scommettiamo” condotto dal Mike nazionale col tormentone "Handicap o Cavallino". L'altra e “Portobello” del compianto Enzo Tortora. I miei genitori snobbavano quei programmi… per questo li andavo a vedere dalla nonna che li seguiva molto di più e c’era più possibilità di conversazione, di commenti sulle invenzioni strane presentate e gossip su concorrenti che raggiungevano una momentanea fama.
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giovedì, dicembre 01, 2005
Il compleanno lo festeggiai con tutti i cuginetti, così per quel giorno la mia casa fu trasformata in un asilo-nido. Ho le foto col cuginetto di quattro mesi in braccio, altro cuginetto di otto mesi seduto a fianco e cuginettone di un anno e mezzo che cantava “oh, oh cavallo oh oh”. Il cuginettone di un anno e mezzo era il più spassoso perché interagiva molto di più degli altri due. Ero contento di un compleanno in famiglia con i cuginetti che mi adoravano, piuttosto che uno con gli “amici” con cui mi trovavo sempre meno. E meno male che c’erano questi momenti a regalare un po’ d’atmosfera della famiglia “Mulino Bianco”, perché per il resto…. A scuola e a dottrina mi proponevano i modelli della famiglia ideale. Si doveva essere buoni, sevizievoli, non dire parolacce, non dire bugie, amare il prossimo come se stessi... e a casa vedevo tutto l’opposto. Era brutto vivere in un manicomio totale, ma diventava ancora più brutto se l’ambiente al di fuori della famiglia (ovvero la scuola) ti inuceva a pensare che i tuoi familiari fossero un modello negativo. La famiglia... nell’ora di religione me la menavano tanto con la famiglia. E non ne vedevo una che corrispondesse al modello “cristiano”. Né a Due Maestà, né a Montecavolo, né a Puianello... Quelli che si salvavano erano i miei genitori. Che pure litigavano un po’... non tantissimo... ma nemmeno era tutto rose e fiori. Però era il loro carattere. Piccoli battibecchi, niente di grave. Lo capivo anch’io che non era niente di grave, anche se non era bello. postato da deniz |
21:18 | commenti (4)
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