| Il mio blog | ||||
about Il mio blog altri link 46 emmecù anotherme (Da) Billo Brina Chaitanya Dianaedesi Dimples Diomede Gorgoglio e la piccola Emma Il blog di Beppegrillo Il gatto Jazz il mignolo col prof kristalla la Beffy la Bi e le sue bestie La Laura La Lilli Lemming Matteo B. Muffola Rincoceronte blog archivio novembre 2008 settembre 2008 luglio 2008 giugno 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 febbraio 2008 novembre 2007 ottobre 2007 settembre 2007 luglio 2007 giugno 2007 maggio 2007 aprile 2007 marzo 2007 febbraio 2007 dicembre 2006 ottobre 2006 settembre 2006 agosto 2006 luglio 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 febbraio 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 gennaio 2005 dicembre 2004 novembre 2004 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 counter visitato *loading* volte Avete scritto: chaitanya in Giugno 1985Non arr... |
mercoledì, aprile 30, 2008 Marzo 1984
Mia cugina andava al Marabu’ tutte le domeniche. Aveva il suo gruppetto di amiche e lo trovava divertente...diceva che non ballava mai, ma le piaceva ascoltare la musica. Io invece ancora non ci andavo... penso che le nostre strade si separarono di qui. Gradualmente. Un po’ alla volta. Adesso capita che stiamo mesi senza nemmeno vederci, dopo un infanzia passata praticamente sempre insieme. Devo dire che però quando ci rivediamo è come se fosse passato un minuto. C’è la stessa confidenza, lo stesso feeling... cosa che non può essere raggiunta con altre persone che magari si vedono tutti i giorni. Oltre alla scuola diversa e le compagnie diverse cambiò pure casa. Mio zio costruì una villetta a schiera insieme a suo cognato sul terreno del suocero a Fogliano. Si allontanò quindi di quattro chilometri. Non tantissimo, ma per noi che al pomeriggio andavamo in giro per il quartiere cambiava parecchio. In casa mia cugina era considerata una “bimbona”. Andava a letto presto, seguiva il suo fratellino come una mamma, non si truccava, non indossava minigonne o vestiti provocanti... insomma sembrava non fosse ancora arrivata l’età dei primi morosi. Il fatto che avesse iniziato ad andare in discoteca sorprendeva un po’ tutti. In realtà era molto più sveglia e cresciuta di quanto si credesse. La prima storia, durata pochissimo, la aveva avuta con un ragazzo del Simonini già quando abitava ancora al Buco. E anche lì a Fogliano si era messa con un tipo. Uno della “compagnia del quartiere”. A Fogliano c’erano due compagnie: quella della chiesa e quella del quartiere. A me non piaceva né l’una nell’altra... la prima sostanzialmente perché era della chiesa. Cioè i soliti ragazzi dell’oratorio, tutti "finti" con le loro attività tutte programmate come nei viaggi organizzati... La seconda compagnia era costituita da quelli che non andavano in chiesa... un po’ come succedeva negli altri paesi. Don Camillo e Peppone. C’erano molti fattonazzi nella compagnia del quartiere. Ma a Fogliano c’era qualche cosa di più. Era una compagnia “chiusa”... percepivo un certo disprezzo per chi era fuori, come se si sentissero superiori agli altri. Un forte senso di appartenenza al loro paese, ma con un ché di negativo. Qualche cosa di tipicamente “provinciale”. Comunque io non li frequentai mai. Anche mia cugina li frequentò poco. La storia col tipo del quartiere durò molto poco e non divenne mai ufficiale. Nessuno della famiglia sa niente di questa storia. Tutti pensano che il primo e unico fidanzato di mia cugina sia il suo attuale marito. Forse lo pensa anche lui. Speriamo che non legga il blog, quindi.
martedì, aprile 15, 2008 Febbraio 1984
Nella prima pagella non c’era nemmeno un’insufficienza. Ce l’avevo fatta. Il quattro che avevo preso nel primo tema d’italiano era stato seguito da due sei. Anzi, un sei + e un sei. Un tema di materia e uno di attualità da panico, che sono riuscito a fare solo barando. Per i temi, fortunatamente ci lasciavano a disposizione tre o quattro ore. Non avevamo però così tante ore consecutive e così la prassi era: due ore per fare il tema e un’ora (o a volte due) per copiarlo in bella. I fogli di brutta erano firmati dal prof e in teoria i fogli in bella dovevano essere la ricopiatura dei primi, con qualche correzione o al massimo con qualche cambiamento o ampliamento, ma non sarebbe stato consentito modificare tutto. Io invece manomisi il più possibile il foglio di brutta, in modo da renderlo illeggibile (già lo era) e di difficile comprensione, con asterischi, richiami, freccine e cancellature. E il foglio di bella lo tirai fuori all’ultimo momento, già pronto da casa, confidando sul fatto che il prof avesse firmato i fogli senza nemmeno leggerli. Il foglio di brutta originale era praticamente un tema in bianco. Poche cose scollegate senza giungere a nessuna conclusione. Il tema che consegnai lo feci a casa con l’aiuto di mia madre a cui devo un ringraziamento enorme per tutto l’aiuto che mi ha dato in quei cinque anni in questa materia per me divenuta così difficile. Quel primo insuccesso mi aveva tolto completamente la fiducia in me stesso. Non sapevo mai che cosa scrivere. Non sapevo come partire... davanti ai temi di attualità di fatto mi bloccavo. Ho sempre cercato di recuperare sui temi di materia... ma se capitava che non sapevo fare nemmeno quelli ero nella c@##@ più totale. Mia madre invece è un vero talento a scrivere. Malgrado i suoi insuccessi scolastici, l’italiano era da sempre la sua materia preferita. Legge tutt’ora la media di un romanzo ogni due/tre giorni e il lavoro negli asili più fighi del mondo, tra pedagogiste e maestre molto new age, ha affinato ancora di più le sue capacità dialettiche. Il tema che ne uscì era a mio avviso un tema da manuale. Un tema da otto.... i pensierini da catechismo delle bigottone prime della classe a confronto facevano cadere le braccia. Eppure loro continuarono a prendere otto e io arrivai al sei. Si nota un certo “stile” commentò il prof. Meglio così comunque. Non si era accorto delle differenze con la brutta copia. L’importante era quello. E poi, un sei passava più inosservato di un otto. E un otto avrebbe forse scatenato l’invidia di qualcuno che si sarebbe dato sicuramente da fare per portare alla luce i miei imbrogli. In realtà i miei sei striminziti non bastavano per la sufficienza matematica e riparare il quattro del primo tema. Ma avevo sette in orale, con un otto in grammatica dove ero il migliore della classe e orgoglio del prof. Anche in storia andavo bene: un 6,5 e un 8. Per cui mi abbassò il voto all’orale e mi diede due sei anziché un sette e un cinque. E sette in storia. Non avevo comunque una pagella di cui andare particolarmente fiero. Sei, sei. Sei.... “Say, say say” – cantavamo io e Martino Pettenati** quando i prof ci leggevano l’elenco dei voti finali. Era il successone del momento. Paul Mc Cartney e Michael Jackson. Sei era il voto più diffuso. Anzi... sex come era scritto sulla pagella. Però erano in pochissimi a non avere nemmeno un’insufficienza. Eravamo un’elite. Sette o otto sui ventitré superstiti. E questo mi bastava per far parte della crème della classe. Quelli sui quali i prof “speravano”, contrapposti altri per i quali non c’era speranza se non quella che decidessero di andare a lavorare e togliersi dai piedi.
La tecnica della sostituzione del foglio, dato il successo, proseguì per tutti e cinque gli anni scolastici, seppure in modo meno spudorato e con tecniche che si affinavano ogni volta di più. Di fatto scrivevo la brutta con calligrafia volutamente illeggibile e disordinata. Poi a casa, con calma riorganizzavo tutto con l’aiuto di libri di testo, giornali e materiale vario e quasi sempre con la preziosa consulenza di mia madre. Poi a scuola si sostituiva... c’era un momento di brivido nella veloce estrazione della copia e il gioco era fatto. A seconda dei casi e delle misure di controllo dei prof (che sono cambiati) stabilivo se dovevo ricopiare tutto, sostituire alla fine, riscrivere la brutta o scrivere la bella. Bene o male comunque ci provavano tutti a barare in qualche modo. Appunti, bigliettini incollati nell’astuccio, fogli infilati nel vocabolario. Alcuni sono stati anche beccati e puniti. Alcuni hanno anche adottato delle strategie veramente stupide e sono stati giustamente puniti. Giustamente non tanto per la scorrettezza, ma per la stupidità. Io sono stato scorretto... ma furbo. Una scorrettezza intelligente, comunque... perché a lungo andare grazie anche alla mamma (non lo nego) imparai a fare dei bei temi. Grazie alla mamma, non certo grazie ai prof che per quanto riguarda i temi, sanno solo valutare, ma non insegnano niente.
postato da deniz |
22:55 | commenti (2)
giovedì, aprile 10, 2008 Gennaio 1984
Dei 25 che eravamo all’inizio dell’anno scolastico, dopo le vacanze di Natale rimanemmo in 23. Due ragazze si ritirarono a seguito dei pessimi risultati scolastici e non si fecero più vedere. Io avevo due o tre materie da riparare... non insufficienze gravi. Poco sotto il sei... “potrebbe fare di più, ma non ha lacune irrimediabili” – dicevano i prof. In effetti studiavo poco. Il clima rigido mi aveva fatto perdere di vista i miei vecchi amici. Adesso avevo il motorino, ma con la pioggia e col freddo non si andava in giro. Alcuni si trovavano al bar da Massimo*. Quegli alcuni erano quelli con cui mi trovavo meno bene. Al bar c’era una specie di sala giochi minuscola. I video games (che detestavo) e un biliardo. Ci avrei giocato se avessi trovato una compagnia che meritasse. Con quelli che frequentavano il bar non avevo argomenti. Parlavano quasi solo di calcio. Il 90% della conversazione era calcio. Il restante 10% altri sport. Neanche la musica interessava... erano i soliti grezzoni che da bambini giocavano al campetto. Quelli più acculturati e più simili a me stavano a casa o altrove. Di solito avevano anche genitori severi ed esigenti che non li lasciavano al bar tutto il pomeriggio. Io avrei potuto farlo, ma non mi piaceva. Stavo spesso da solo. Passavo parecchio tempo a guardare i miei pappagalli, fantasticando sui piccoli che sarebbero nati l’estate successiva e facendo pronostici sui colori. E intanto osservato la loro vita le loro relazioni, i loro litigi e i loro intrighi. Secondo me la persona che ha scritto la sceneggiatura di Beautyful deve essersi ispirato osservando una voliera di pappagallini ondulati. Poi avevo il cane. Era rimasta solo l’Isi a casa mia. E sua madre Pina a casa di mia nonna. La Jenny, sua sorella, era morta l’autunno precedente sotto un’auto. Il due novembre. Poverina. L’Isi era la protagonista di tutti i miei pomeriggi. Prima di tutti gli altri c’era lei. Prima del bar, prima del motorino, prima dei compiti, prima degli amici. Ha avuto la sfortuna di pagare tutti i miei errori di inesperienza, ma la fortuna di vivere quasi in simbiosi con gli esseri umani. A quattro anni aveva delle abilità di comprensione del linguaggio umano sorprendenti. Anticipava ogni azione, capiva ogni cosa dicessi, non solo i comandi rivolti a lei, ma i discorsi delle persone. Conosceva centinaia e centinaia di parole e sinonimi. In paese la conoscevano tutti. I miei parenti e i miei vicini di casa la guadavano con meraviglia come un fenomeno raro. Nessuno dei cani che ho adesso si avvicina nemmeno lontanamente a questi livelli. Non perché siano meno dotati, poveretti. E’ che loro mi vedono solo in pausa pranzo e qualche ora la sera in cui non ho tempo di occuparmi di loro. Sono sicuramente cani felici, ma comunicano tra loro alla maniera dei cani, non sono così perfettamente integrati con il mondo umano. Forse è più naturale così.
venerdì, aprile 04, 2008 Dicembre 1983
E siamo arrivati al mio quattordicesimo compleanno. Una tappa importante, attesa con impazienza. Innanzitutto per il discorso “motorino”. Finalmente avrei potuto usarlo anche per strada. Raggiungere in pochi minuti l’altra parte della città. Andare dove volevo. Un grande salto di qualità. Il giorno del mio quattordicesimo compleanno era un lunedì. Ero solo, era una giornata fredda e grigia di nebbia e pioggerella schifosa. Feci i documenti sostitutivi della carta d’identità, chiamati impropriamente “patentino" per il motorino. Foto Artioli orrenda con la bocca storta e un brufolo che era saltato fuori proprio quel giorno. Ma chissenefrega. Mi misi in motorino il giorno stesso. Col parabrezza montato (che imparai da disprezzare) e partii. Verso il nulla. Dovevo provarlo. Fare finalmente un giro in strada. Arrivai fino a Montericco. Fin sopra la chiesa. Quelle salite snervanti che in bicicletta di toglievano il fiato e richiedevano una buona mezz’ora, col motorino... brumm.... un attimo ed eri già su. Peccato che su non ci fosse niente. Solo nebbia. Ritornai a casa a metà pomeriggio che era praticamente già buio, con il piumino gocciolante, i pantaloni fradici, le orecchie congelate e la faccia rossa dal freddo. E un bel po’ di roba da studiare. Ai prof non interessa se compi gli anni quando fissano i compiti in classe. Poi finalmente arrivarono le vacanze. Riuscii anche a rimediare un ultimo dell’anno decente, anche se il tutto avvenne passivamente, senza che mi dessi da fare in prima persona. I miei genitori e i miei zii infatti si organizzarono per trascorrere la serata a casa di un amico di un loro amico che aveva radunato una decina di persone. Gente nuova anche per loro. Il padrone di casa aveva una figlia di un anno più grande di me (cioè dell’età di mia cugina). Per noi ragazzi, fu allestita una stanzina della taverna adiacente alla sala in cui si mangiava, dove ricavammo una discoteca rudimentale. Tra gli invitati, oltre a me, mia cugina e la padrona di casa c’erano due ragazzi più grandi e una sua amica. I ragazzi avevano portato la boccia a specchio da attaccare al soffitto che girando sparava le luci psichedeliche colorate sul muro. Poi c’era il classico stereo con le casse che sparava musica da discoteca. Musica da discoteca o musica così bella che era diventata da discoteca suo malgrado. La colonna sonora di Flashdance, Mike Oldfield, i Culture Club. Paris Latino... Happy Children... Vabbeh. Mi lanciai anche a ballare. Scoordinatissimo e probabilmente inguardabile... con movimenti che farebbe un bimbo di due anni. Scoprii che la padrona di casa frequentava la mia stessa scuola. Nella stessa sezione, solo un anno in più. Io però non l’avevo mai notata. Scoprimmo di avere gli stessi professori. I ragazzi ripetenti che erano in classe con me erano stati in classe con lei l’anno precedente. Trovammo così almeno qualche argomento di conversazione. Non troppi argomenti a dire il vero. Le nostre mamme ne trovarono molti più di noi. In realtà ero un po’ “al limite” in quel gruppo. Gli altri probabilmente mi percepivano come “il cugino piccolo della Monica”... non al livello dei fratellini e figli di amici di età compresa tra i 4 e i 9 anni che stavano nell’altra stanza con i genitori, ma .... un livello di transizione. Comunque passai una serata piacevole. A un certo punto emerse un gioco di società tipo trivial pursuit... Non credo fosse proprio lui. Forse da noi non era ancora arrivato. Comunque era un gioco a quiz in cui le due squadre dovevano rispondere a domande di cultura generale. Feci un figurone anche rispetto agli altri due caproni ultrasedicenni che in fatto di conversazione, ballo e carisma generale subivo un po’. Mia cugina li incontrò parecchie volte dopo quell’occasione. In giro in centro, sul tram mentre andava a scuola, in discoteca al Marabù... io non li rividi più... e se li avessi rivisti dopo pochi giorni non li avrei più riconosciuti. Non ricordo più che faccia avessero. La tipa che era nella mia scuola, di cui momentaneamente ricordo solo il cognome (ma appena avrò schiacciato l’invio del post mi verrà in mente anche il nome), fu l’unica che rividi. Quando la vedevo la salutavo. Ciao. Niente di più. Ero molto timido all’epoca. E a dire il vero non mi sembrava neanche molto interessata a perdere tempo a parlare con me. Non avevamo molto da dirci.
|