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lunedì, luglio 21, 2008 Marzo 1985
Una tappa fondamentale per arrivare al mondo degli adulti era uscire alla sera. Anche d’inverno. D’estate ovviamente, senza scuola, col caldo, con le feste all’aperto e tutto il resto era più facile per tutti. D'inverno per molti iniziava il periodo della reclusione. I miei genitori invece erano molto permissivi... anche perché non avevano molti motivi per sospettare che mi mettessi nei guai. Uscire alla sera era più che altro un modo per “guadagnare punti” ed essere, una volta tanto, davanti agli altri. Molti miei coetanei non avevano ancora il permesso di farlo. Per comporre un gruppo a cui unirmi ritornai alla vecchia squadra del cortile, ex compagni di nascondino e gare di macchinine sull’asfalto. Eravamo in tre: io, Cristoforo* che abitava al piano di sopra al mio e Matteo* nella villetta di fianco. Agevolati anche dal fatto di partire dallo stesso indirizzo. Cristoforo era l’unico non motorizzato. Aveva una bicicletta DEI costosissima di cui andava molto fiero. Matteo* aveva un’orribile vespa PK molto tamarra. Spesso andavamo tutti in bici, anche perché i miei genitori erano più tranquilli se non prendevo il motorino la sera... a volte però quello in bici si attaccava alla spalla di uno di noi. Bisognava solo trovare il posto in cui andare... Il luogo più accessibile era uno squallido localetto in centro che non so con che coraggio si poteva chiamare discoteca. Il suo nome ufficiale era “Number One”. Per noi che abbrevviaviamo tutto, semplicemente “Il Nàmber”. Con la A trascinata nostranona. Il Naamber. Sostanzialmente era uno scantinato, piccolo, caldissimo, senz’aria che si riempiva subito di fumo. La mancanza di esperienza faceva sì che si scegliessero vestiti inadeguati, felpe e maglioni adatti al clima gelido dell’esterno. Solo col tempo ho imparato a vestirmi a strati e a organizzarmi. Il locale era frequantato de un 90% di maschi e un 10% di ragazze per lo più cesse inguardabili anche se molto di “larghe vedute”. Ovviamente però non ero certo il tipo per loro. Non era difficile portarsele su un divanetto, ma ovviamente avevano più possibilità i mega-tamarri molto più estroversi di me. E la concorrenza era tanta. Era l’unico locale con i “buttadentro”... Se passavano di lì ragazze di qualsiasi genere, c’erano i gestori che offrivano subito biglietti gratis, consumazioni gratuite, lusinghe e promesse. Ma la maggior parte rifiutava comunque. Tra i maschi c’erano alcune facce note facenti parte del famoso gruppo alcolico del bar... più che altro erano quelli che avevano già smesso di studiare a quindici anni e quelli candidati alla bocciatura. Matteo* si era ritirato dalla scuola da poco... Dopo la famosa nevicata che bloccava tutti gli spostamenti, suo padre gli disse “oggi con questa neve, se vuoi puoi non andare a scuola”. Ed egli non ci andò. Mai più. Cristoforo* finirà l’anno con due materie da recuperare a settembre. Ma non darei tutta la colpa al Nàmber. Anche perché di fatto ci si andava di sabato, salvo qualche occasione di feste strane particolari. Io comunque dopo un po’ ci mollai. Diverse volte ci andarono solo gli altri due da soli, perché io mi inventavo scuse di compiti da finire, gomiti che fanno contatto col piede, mancanza di soldi e quant’altro. Una volta tolta la soddisfazione di potermi vantare di essere “grande” e uscire la sera, mi rendevo conto che non avevo niente a che fare con quel posto e con quella gente e che era stupido spendere soldi per un biglietto per vedere persone che detestavo, soffocare dal caldo, sentire puzza di fumo di sudore e di vomito. Oltretutto molte persone che frequentavo guardavano al Namber con sufficienza e disgusto. Un buco. Gente viscida. Da sfigati. Si tiravano fuori i paragoni con discoteche più IN e quotate... magari a Sassuolo, o comunque fuori provincia, raggiungibili solo in macchina. postato da deniz |
19:24 | commenti (2)
giovedì, luglio 17, 2008 Febbraio 1985
Molti ragazzi di terza avevano manifestato una metamorfosi. L’anno precedente erano dandy e di colpo divennero paninari. Un cambiamento completo di look. I costosi vestiti neri comprati l’anno precedente, indipendentemente dal loro stato di usura non andavano più bene. I dark invece rimasero dark. Almeno i più convinti. Per molti comunque l'esigenza era solo quella di avere un senso di appartenenza... volevano agganciarsi a qualche cosa di trendy e definito che desse la certezza di essere apprezzati. Di li' a poco avrei visto molti miei coetanei aderire a molti movimenti che li inquadravano in un certo modo di vestire, un certo tipo di musica, un certo comportamento. Ci sarebbero stati i metallari, le “madonnare”, gli intramontabili punk... Io non ho mai sentito questo bisogno. Queste categorie poi erano particolarmente avverse negli ambienti che frequentavo io. I miei amici detestavano i paninari, ritenuti sbruffoni, boriosi e spesso politicizzati... ovviamente nella direzione opposta del pensiero prevalente nel mio gruppo. Nei confronti dei dark invece erano piuttosto neutri... con un pizzico di derisione per il loro modo di vestire. Anche in casa i miei genitori, soprattutto mio padre, erano molto critici nei confronti dei ragazzi che aderivano che si identificavano in queste categorie. Mio padre era ostile a ogni forma di “trasgressione” e a ogni deviazione dal concetto di normalità. Diceva che finche non avrebbe accettato sotto il suo stesso tetto un figlio con l’orecchino o il codino, molto in voga a quell’epoca. Chissà se di fronte a un fatto compiuto avrebbe mantenuto quella linea rigida... di certo comunque sarebbe stata guerra aperta e sarebbe stato almeno verbalmente violento e irrispettoso. Idem per creste, capelli colorati e vestiti troppo fuori dal comune. Comunque a me non interessava più di tanto, combattere per queste cose... già ci scornavamo per altre cose per me molto più importanti. L’abbigliamento paninaro era invece tutto sommato più tollerato, perché in fondo ritenuto più normale. Di proibitivo c’erano solo i prezzi... il look invede di fatto faceva tendenza e ha influenzato un po’ tutti anche quelli che si professavano antipaninari. Anch’io ho avuto la giacca a vento simil-moncler, le scarpe simil-timberland (buttate da mia moglie l’anno scorso)... tutta roba che invece di avvicinarti allo stile attuale ti allontanava e ti faceva sembrare “tamarro”. Perché la moda non era il design, ma proprio la “marca”. Una delle mie piccole battaglie perse con i genitori riguardava i calzoni stretti vicino alla caviglia e corti che lasciavano vedere il calzino di spugna bianco con le timberland o quello che era. A me piacevano proprio, al di là della moda panozza. Mi piacciono ancora. Avrei comunque voluto anch’io vestire in quel modo come tutti gli altri. Mia madre e mia nonna non li potevano vedere e cercavano di convincermi in tutti i modo che era “troppo” e che stava male, che il calzone deve coprire la scarpa, che tu stai meglio vestito classico, che sembri un saltimbanco, che sembra che te li ha passati la caritas.... E’ sempre stata una lotta... e siccome l’orlo ai pantaloni lo facevano loro non avevo speranza. Li facevano appena appena un po’ più corti del modello classico. Così sembrava veramente che ci fossi cresciuto dentro e non una cosa fatta apposta. Devo dire che quella moda non mi rendeva giustizia e avrei dovuto sperare finisse nel più breve tempo possibile. Io ho le gambe lunghe e magre, i muscoli dei polpacci allungati, le caviglie sottili... sembravo olivia. Faccio sicuramente più bella figura con la zampa da elefante. Eppure a me piaceva quel look “acqua in casa”. Mi piaceva indossato dagli altri. Avrei voluto essere come loro anch’io e non mi rendevo conto che non me lo potevo permettere.
martedì, luglio 15, 2008 Gennaio 1985
![]() Erano le vacanze di Natale, quell’anno di quel freddo micidiale... Penso che la nevicata di quell’anno se la ricordino tutti. Persino nonni e bisnonni non avevano mai visto un inverno simile. Ci fu una notte in cui la temperatura scese a – 29 gradi. La neve nel mio giardino aveva annullato le recinzioni... era diventato un tutt’uno col giardino dei vicini. Un enorme ammasso bianco informe. Nel cortile erano usciti tutti a spalare.... anche quelli che non lo facevano mai. Grandi e bambini, tutti insieme di fronte all’emergenza, ognuno contribuiva in qualche modo. Il problema era che la neve era così tanta che non si sapeva dove farla stare. In un angolo del parcheggio finimmo per fare una montagna di neve altissima che teneva il posto di tre o quattro macchine. Una volta finito di spalare, la montagna fu trasormata in un castello di ghiaccio... un fortino a grandezza naturale per battaglie a palle di neve. Era una neve meravigliosa, secca, soffice, leggera. Ti ci potevi rotolare in mezzo e non ti bagnavi. Ci divertimmo come bambini... anzi coinvolgendo anche i bambini. E anche gli adulti... qualche pallata se la scambiarono pure i papà. A me di solito non piaceva fare a pallate... però quell’inverno fu una cosa diversa. Nel bel mezzo di quell’inverno terribile, mio nonno portò a casa un nuovo cucciolo che prese il posto della Pina, morta nella primavera precedente. Era tutto nero, a pelo raso, con le orecchie dritte, tipo pinscherino. Decisamente piccolo.... da adulto sarebbe diventato tre kg o poco più. Era molto carino e furbo... ma io decisi di non affezionarmi. Sarebbe stato il cane di mio nonno... e io non dovevo intromettermi in una gestione che non condividevo. giovedì, luglio 10, 2008 Dicembre 1984
A scuola andavo lentamente migliorando. Ero più vicino al sette che al sei e non avevo nessuna insufficienza.. “Deve solo acquistare più sicurezza in sé stesso”, dissero i professori al primo ricevimento genitori. Il prete, che si era abilmente messo nella stessa stanza della prof di matematica, in modo da vedere in faccia i genitori presenti al ricevimento ed evitare di essere glissato, disse a mia madre che avrei dovuto legare di più con gli altri e frequentare l’oratorio. Pur essendo completamente rintronato e quasi alcolizzato, non aveva visto malissimo... non ero completamente soddisfatto della mia vita. Stavo cercando il mio posto nel mondo... che comunque non era nemmeno l’oratorio. |