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lunedì, giugno 30, 2008 Novembre 1984
Il bar di Mario** si era trasferito alla Pappagnocca. E con lui anche il nostro punto di ritrovo pomeridiano. Aveva scelto un’ubicazione strategica che gli garantiva molti più clienti. Infatti era vicino alla banca e a diversi negozi, tra cui il supermercato di riferimento del quartiere. Il caso volle che il bar diventasse anche il bar in cui le mamme si fermavano al mattino a far colazione mentre tornavano dal Sigma per la spesa. Al mattino c’era l’Antonia**, la socia pettegolona di Mario** che informava tutte le mamme sul comportamento dei figli al pomeriggio. A mia madre sembrava di andare al ricevimento genitori a scuola: “E’ troppo timido... bisogna che impari un po’ a farsi valere, altrimenti gli altri se ne approfittano...”. L’Antonia** era una mia “fan”. Tutti gli adulti erano miei fan, perché in me vedevano il bravo ragazzo contrapposto alla massa di scapestrati. Iniziai a frequentare il bar sempre più spesso e a integrarmi con gli scapestrati. In realtà il bar riuniva diverse compagnie e sottocompagnie. C’era il gruppo alcolico di fattonazzi o aspiranti tali e il gruppo “ginnico” di calciatori sciatori maratoneti supersportivi che metteva al centro dei propri interessi il distinguersi in un’attività sportiva. Quasi astemi e rigorosamente non fumatori. Fumare magari rischiava di aggiungerti due secondi al giro del campo di marte. Io mi integrai paradossalmente con gli sportivi. Paradossalmente perché avrei avuto sicuramente più possibiltà di distinguermi come drogato che come atleta. Ma forse no. Boh... Trovavo ugualmente sgradevole e idiota sia respirare fumo o bere bevande disgustose che fare fatica per niente. Arrivò la discoteca anche per me. Anche il gruppo ginnico andava in discoteca. Magari senza ubriacarsi e senza fumare, ma come centro di aggregazione aveva un suo perché. Così presi ad andare anch’io. La discoteca di riferimento era il Domino ad Albinea. Ricordo ancora il mio primo ingresso... Mi accompagnarono i miei genitori con la 127 fino a pochi metri dal locale, visto che era più o meno in strada per andare alla Vecchia, dove erano soliti andare quasi tutte le domeniche. Mio padre si fermò qualche centinaio di metri prima, pensando che avrei provato un po’ di vergogna a far vedere che mi portavano mamma e papà. In realtà invece mi interessava ben poco... ero superiore a certe cose. Gli altri li avrei trovati dentro. L’impatto con la sala da ballo mi suscitò sentimenti contrastanti. Era il momento dei lenti (di lì a poco avrebbero smesso completamente di farli) e le casse passavano Carless Whisper di George Michael con un volume che pensavo inarrivabile che rimbombava nello stomaco. Quando arrivai c'era proprio l'inizio della canzone, l’intro con il sax. Che bella quella musica. Ancora oggi quando risento Careless Whisper penso a quel momento e rivivo quella sensazione strana... quel groppo allo stomaco... una specie di consapevolezza che qualcosa sta cambiando, che stai diventando grande, che il tempo passa e non torna più indietro. Le luci psicadeliche, il buio, la ressa, l’odore di fumo, i vestiti sfoggiati, i divanetti, quelli che ci provavano e quelle che erano li per farsi agganciare... Boh. Un certo fascino ce l’aveva. Però c’era anche il fumo, la ressa, il caldo, la stupidità umana. Da un lato ero affascinato e un po' orgoglioso di essere diventato “grande”. Ma la parte razionale di me equiparava la discoteca al fumo, al ciclismo, alla moda... a tutta quella serie di cose che appartenevano al mondo degli adulti a cui mi affacciavo che mi apparivano assurde e insensate. Così come non capivo il piacere che si potesse provare ad aspirare del fumo soffocante e buttarlo fuori per puzzare come un posacenere usato, così come non capivo il senso di morire di fatica per fare 100 km senza alcuna meta nel minor tempo possibile solo per battere sé stessi, allo stesso modo non riuscivo a capire perché si dovesse pagare per ritrovarsi ammassati in un unico luogo stretto e insano per ascoltare musica che si sarebbe potuto ascoltare altrove e incontrare persone che si sarebbero comunque potute trovare altrove. Ma forse era proprio il fatto di dover pagare per entrare a renderlo “esclusivo”. Trovarsi altrove sarebbe stato troppo ovvio. Pagare per tovare della “bella gente”. I brutti (ovvero i poveri) infatti non possono pagare. In linea con la mentalità anni 80. Ma il peggio doveva ancora venire. Il ritorno a casa alla sera in autobus mi ricordava il rientro dalle scuole medie. Gli individui infatti erano gli stessi, solo più vecchi di qualche anno, ma non per questo maturati un gran che. Accalcati come sardine, con gente che urlava e spintonava, ragazzine con le big boubles, qualche coppia che si baciava incurante della folla, apprezzamenti pesanti, parolacce, liti. Non era il posto per me. Malgrado ciò continuai a sprecare il mio denaro andando in discoteca alla domenica pomeriggio, incoraggiato dai genitori che volevano che fossi come gli altri. Ma gli altri sono quelli che fumano, che vanno male a scuola, che fanno casino, generazione di sconvolti che non ha più santi né eroi... Fa lo stesso, quando si è in compagnia, si sa che bisogna un po’ adeguarsi. Ma non potevo mica stare sempre da solo. E soprattutto che mi togliessi dalla testa di prendere un altro cane o altri animali. Pazienza un figlio che fuma o che si fa qualche canna o che perde un anno a scuola... ma uno che vuole mettersi ad allevare cani è davvero inconcepibile. Ma questa è un'altra storia. |